Blog di alylia

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La ballai una sera, in una stanza. In un sentimentale stato d'animo, così recitava il titolo, che ho storpiamente tradotto.
Perchè a sentire In a sentimental mood è tutta un'altra storia, il suono delle parole combacia perfettamente con le armonie di Coltrane ed Ellington.
Ero innamorata, ma non lo sapevo. Non sapevo neanche niente dell'amore a dirla tutta. Ma c'era questa musica e lui mi invitò a ballare e io mi lasciai guidare. C'erano due bicchieri sporchi di vino e una bottiglia ancora mezza piena. E pensai che l'amore fosse pure questo, fidarsi di qualcuno che ti convinca che c'è un momento giusto per ogni cosa, e lasciarglielo decidere.




Pioveva e faceva freddo. Uscimmo dopo poco di lì. Non chiudemmo neanche bene la porta di casa, scappammo di corsa verso la macchina.
Sorridevo. Ricordo che sorridevo mentre mi infracidavo. Mi sentivo felice, probabilmente. Mi bastava poco. Mi bastava lui.





Ho capito esattamente cosa fosse l'amore qualche anno dopo. E non ne ero io la protagonista.
Ero in una fredda e piovosa domenica invernale. Lo ricordo perchè dalla chiesa vedevo uscire famiglie che per un giorno alla settimana sentivano di essere buone e lasciavano spiccoli ad una mendicante all'angolo dell'edificio che rimaneva a secco tutti gli altri giorni. La carità cristiana è altalenante.
E mentre tornavo a casa avviluppata in sciarpe, cappotto, cappello e guanti, lasciai un piccolo spiraglio per gli occhi che non poterono fare a meno di guardarli. Loro due. In una scena che non dimenticherò mai più. Se esistono ricordi incancellabili vorrei portarmelo sempre con me, con il sax il coltrane nelle orecchie.
Lui disabile, paraplegico per essere precisi. Faceva scorrere le ruote della sua sedia sotto le mani, mantenendo il passo della sua compagna. Cercava di dare rincorse quanto più lunghe possibili alle sue ruote, e fin quando non smettevano di girare le teneva la mano, e poi riprendeva l'esercizio. Passeggiare mano nella mano con la donna della sua vita era un piacere che valeva qualsiasi sforzo.
Entrarono nel palazzo dove abitavo, dove non li avevo mai incrociati. Dove non li ho più incrociati.




Sorridevo. Ricordo che sorridevo mentre salivo le scale. Sorridevo e mi commuovevo. Mi sentivo felice per qualcuno che non conoscevo. Pensavo che doveva essere meraviglioso amarsi.

 

http://youtu.be/mszSoTNqH3Y


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( 15/12/2011 16:08:0 - N. 377591 )
blog modificato il: 15/12/2011 17:23:59



Ho imparato a guardare bene le facce delle persone. A estraniarmi e vivere ogni tanto da voyeur, negli occhi della gente.
Posso immaginare la loro giornata, i loro pensieri. Le donne, se ci fate caso, la maggior parte di loro(non tutte, c'è una selezione naturale anche del sorriso) dopo una certa età hanno i lembi delle labbra verso il basso, come pendessero verso il centro della Terra. Ci puoi disegnare un cerchio perfetto se li congiungi seguendo la loro direzione verso il mento. Questa strana malformazione dovuta al decadimento della pelle e un po' ai molti pensieri malinconici, le fa sembrare come clown che da un momento all'altro cambiano espressione, tirano fuori dal taschino una pompetta d'acqua e fanno strage tra i presenti. Risvegliano i miei ricordi di infanzia di qualche serata al circo, perchè i momenti silenziosi, come quelli tristi, sono destinati a esplodere in un attimo di gioia collettiva. Ho sempre immaginato che finissero così, almeno, come qualcuno che si mette a urlare quando tutti stanno zitti in chiesa. Speravo ogni volta che succedesse. Probabilmente la delusione è stata uno dei motivi ad allontanarmi da questo posto. C'era troppa serietà.
Gli uomini no. Gli uomini che prendono pullman, che camminano e si siedono sulle panchine sono sempre stanchi, ma sereni. Come se fosse l'esistenza femminile ad essere destinata al dolore.


Sono seduta su una panca anch'io, guardo la gente che passa. Sto aspettando qualcosa, ma non ricordo neanch'io esattamente cosa, così nell'attesa di avere qualche indizio dalla mia memoria immortalo un paio di scene.
Ci sono quei due, ecco si parlano. Non sono molto lontani da me. Ho deciso che mi concentro su loro, sceglierò i loro discorsi.
Strano come sia chiaro quando un uomo e una donna sono vicini in un modo che significa che c'è stato qualcosa in passato e ora non lo sanno, ma conservano una confidenza di sguardi che diventa una dichiarazione pubblica dei loro segreti.
Si incontrano, lei prima di raggiungerlo si sistema il rossetto e i capelli. Però dice a se stessa che lo fa sempre. Ma perchè? c'era bisogno di ricordarsene?
Lui aspetta facendo altro, scrutando il suo intorno, sembra un po' annoiato dall'attesa. Si sistema i pantaloni e si siede.
Si sorridono, e cominciano a parlare. Dalla frequenza dei sorrisi di circostanza non parlano di niente di molto interessante, niente comunque che interessi davvero a uno di loro due. Ci sono dei discorsi che si fanno perchè si devono fare, per riempire i vuoti. Ma nessuno li vuole sentire. Si autogestiscono, sono risposte e domande retoriche, consuete, da incontri informali sebbene tra persone che si conoscono poco, quello che non sembrano essere loro. Chissà se se ne stanno accorgendo, chissà se pensano allo sfacelo di quella conversazione. Li riesco a vedere, due sacchi di parole che li separano, un po' distanziati al punto di posizionarsi nella direzione dei loro fianchi. Entrambi ne hanno portato uno e sperano che l'altro non se ne renda conto. Ognuno pensa a quando possa essere il momento migliore per svuotarlo, e invece le parole diventano di piombo e il sacco diventa difficile da trascinare, figurarsi da vuotare.
E' che si guardano e si domandano se dire addio o torna. La sicurezza che pensiamo di avere quando ci rivolgiamo mentalmente alla nostra immagine riflessa smentisce il più delle volta quella che poi perdiamo di fronte al nostro reale interlocutore.
Disegno una radio che mette nell'aria questa canzone

Lo so, lo so che questo non è cipria, è sorriso…
e sì, che non è luce, è solo un attimo di gloria
e riguarda me, che sono qui davanti a te sotto la pioggia
mentre tutto intorno è solamente pioggia e Francia…
Chissà cosa possiamo dirci in fondo a questa luce…
quali parole, luce di pioggia e luce di conquista…
hum… lasciamo fare a questo albergo ormai così vicino,
così accogliente, dove va a morir d’amore la gente…
Io e te, chissà qualcuno ci avrà pure presentato…
e abbiamo usato un taxi più un telefono più una piazza…
Io e te, scaraventati dall’amore in una stanza,
mentre tutto intorno è pioggia, pioggia, pioggia e Francia…



E' che non li vedo convinti di qualsiasi parola che possa far crollare in qualche modo quell'equilibrio che pare sia instaurato, quello dove sopra c'è la follia e sotto il fracasso. Allora si dicono cose che non mordono, che non addentano niente, che circumvallano, parole come tangenti di un cerchio nel quale non si vuole entrare.
Entrambi ormai attendono il momento del saluto, per andare altrove a sbrigare faccende che, diversamente da questa, possano essere concluse senza rimuginarci tanto. Lui le sfiora la spalla e lei gli posa un bacio tra la guancia e il collo. Tornano nelle loro direzioni, lui avverte una vibrazione alla tasca alla quale pone fine con un tasto. Lei pare stia componendo un numero. E' bizzarro, si incontrano cercando di parlarsi e finiscono comunicando con qualcun altro.


Verso la fine mi viene da pensare che stavano tradendo quei primi sguardi. Non c'entravano niente col resto della storia.


Ricordo la mia attesa, sollecita arriva a dirmi tutti i motivi per i quali ha ritardato. Abbozzo un sorriso perchè non potrei mai arrabbiarmi, e lascio il posto al prossimo spettatore.


( 16/6/2011 00:40:7 - N. 377209 )




Incontro ancora queste persone, nel corso della mia vita, che si ostinano contro la mia volontà a tirare fuori la mia parte fragile. E io cerco di ringraziare quanto posso chi me le ha mandate. Perchè riescono a farmi crollare al suono di quel paio di parole, le uniche che vorrei sentire in quell'istante, che loro conoscono perchè mi conoscono meglio di me.

E' così che proprio quando ne avevo più bisogno mi arriva una telefonata. Mi trascino al cellulare, sapendo però di dover fare in tempo. E ripercorro tutti velocemente i momenti più belli vissuti insieme.
Come di tutte le persone che amo non riesco mai a descriverne fisicamente lo sguardo, ma come degli altri riesce a farmici affogare dentro.
Vorrei credere per poter dire che Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, ma so per certo che ci sono delle persone fatte per essere speculari eppure così unite, complici e non sovrapponibili.
E' in questo modo che sono inciampata anni fa in questa allegria travolgente, un essere svampita eppure così intuitiva. Quando si è affidata a me e io cominciavo a capire che anche in quelle circostanze ero io a guadagnarci di più.
Mi hanno destinato a legarmi sempre a qualcuno che ha bisogno di me in un modo in cui solo io posso aiutare, in momenti così delicati della loro esistenza nei quali resisti solo sei hai la forza e la coscienza di definirti amico.
Riesce a farmi inorgoglire di ogni suo piccolo traguardo, e cerco di essere sempre lì, quando come una bimba ha bisogno di comunicare a qualcuno la sua felicità, quando vuole ritirarsi dal mondo e cerca in me un angolo familiare nel quale sentirsi libera di essere triste.
Rifuggo il pensiero di doverla andare a cercare in giro per l'Italia o per il Mondo quando non potrà essermi vicina. E non ho ancora trovato il coraggio di godermi gli ultimi momenti insieme sapendo che saranno gli ultimi. Tuttora ho paura di dirle quanto sia essenziale nella mia vita. E lo scrivo dove solo estranei possono leggere e non capire.

"And if I should ever go away
Well then close your eyes and try
To feel the way we do today
And then if you can remember"




( 2/6/2011 22:26:18 - N. 377172 )
blog modificato il: 03/06/2011 01:45:38



E' pioggia fitta, temporale. Acqua che picchia forte vicino ai vetri e illumina di lampi la strada, che urla e butta giù porte. Copre i silenzi che salgono per le scale e invadono le stanze, silenzi che implodono. I fori delle tapparelle diventano occhi cavi che lasciano passare la vita che tumultuosa avanza fuori le case.
Così viene finalmente interrotta la quiete, quella calma irreale, quell'inerzia generale che avvolge le persone che temono il momento della tempesta, e si rintanano in angoli sicuri dove solo la stasi protegge loro da tutto il resto, dove la pace è la tranquillità dell'immobilità e il silenzio e la solitudine ne sono le giuste cornici.
E' che sentiamo l'esigenza, di tanto in tanto, di avvertire la mancanza di qualcuno, per capire la stupidaggine di certe parole, per averle dette e per averle scioccamente lasciate dire. Ma è sempre il momento sbagliato per prendere queste decisioni.
Subentra il bisogno di eclissarsi, di mettere degli spazi tra noi e il prima e di andare via, nel tempo di una poesia.



( 3/5/2011 01:05:45 - N. 377119 )


Ho appena capito qual è l'unica cosa che devo fare, ho deciso uno stramaledetto giorno di fare, faccio e farò per sempre, per omnia secula seculorum:
STUDIARE

( 22/4/2011 16:23:57 - N. 377094 )

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